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Da "Salem" a Parigi: riflessioni sull'attacco a Charlie Hebdo

Da Salem a Parigi riflessioni sull’attacco terroristico a Charlie Hebdo - fattidifantasyeserietv

Uno strano accostamento tra Salem, Homeland e Charlie Hebdo: quando le serie televisive offrono spunti di riflessione anche rispetto alla - tragica - attualità.

Parigi.
La Tour Eiffel svetta sonnolenta sotto il cielo di una mattinata come tante.
Le attività fervono ora che le feste sono finite, qualche addobbo dimenticato resiste ancora come segno del Natale appena trascorso. L’Epifania tutte le feste si è portata via, la routine torna a essere signora e padrona incontrastata delle giornate.
Ma qualcosa accade al numero 6 di Rue Nicolas Appert, 11 Arrondissement. Due uomini scrutano, cercano qualcosa. Si guardano intorno. Un cenno di assenso: lì, il posto che cercano è al 10, non al 6. Sono armati. Spianano i kalashnikov, minacciano una donna per accedere all’edificio. Salgono al primo piano: sanno che, dietro quella porta, i giornalisti di Charlie Hebdo sono a lavoro: alle 11.30 c’è la riunione di redazione. La carneficina ha inizio.

Sembrano passati mesi, anni forse, da quel giorno.

Eppure è successo poco più di un mese fa (7 gennaio).
Le immagini trasmesse dai telegiornali nei drammatici giorni dell’attentato ai giornalisti del giornale satirico parigino “Charlie Hebdo” – i terroristi in azione, perfino quello che perde la scarpa e la recupera prima di salire in macchina, l’assalto concitato delle forze speciali al supermercato ebraico, dove altri due si erano asserragliati – hanno avuto uno strano effetto sul mio immaginario. E la mente, per un meccanismo di associazione che si nutre non solo di ciò che leggo (articoli di giornale, libri) ma anche degli stimoli derivanti dall’assiduo consumo di serie televisive, mi ha riportato, in un primo momento, alle drammatiche sequenze dell’assalto all’ambasciata americana a Islamabad della quarta stagione di Homeland. Quei kalashnikov spianati, la raffica di colpi senza sosta, il caos e i disperati tentativi di fuga di fronte all’avanzata dei talebani di Haissam Haqqani rappresentano fin troppo la finzione narrativa che sa perfettamente replicare – se non, a volte, anticipare – il reale. Ma il mezzo televisivo ha perso, ormai, la sua funzione di filtro, di mediatore. La violenza è reale e a portata di mano, consegnata freddamente dal video di un telefonino o dalla foto scattata di sfuggita.

Nel mese che è appena trascorso dalla strage parigina, l’ISIS ha brutalmente assassinato altri ostaggi, massacrato donne e bambini nei villaggi, minacciato l’Italia e l’Europa. Gli hackers di Anonymous hanno dichiarato quella che, forse, è la prima cyber – guerra contro il terrore, in un perfetto scenario da fantascienza. Se non fosse che è tutto tremendamente vero.

La violenza - fisica, psicologica - non è mai soluzione di qualcosa.

I milioni di pensieri e riflessioni, spesso anche contraddittori, sull’attentato a Charlie Hebdo si sono a un certo punto condensati nell’immagine della perfetta barba bianca e dello sguardo altero e glaciale di Increase Mather, il pastore puritano (realmente vissuto) che, nella serie televisiva Salem, combatte le streghe – o presunte tali – e tutto ciò che esse rappresentano nell’apparentemente tranquilla cittadina del Massachussets alla fine del XVII secolo:

It is better that hundred innocent persons die than that one witch live.

E ripenso alle sue ferree convinzioni. Le sue certezze assolute, la fede cieca nella superiorità del proprio giudizio, il fuoco ardente delle sue parole, le arringhe senza opportunità di replica, la sua perfetta retorica terrorizzano l’intera comunità, ammutolita e incapace di reagire di fronte alla banalità del male da lui scovato anche negli animi dei più insospettabili. I destini di vita e di morte di uomini e donne nelle sue mani, quelle stesse mani con cui ogni notte si infligge il dolore per espiare le colpe degli uomini. Le torture, i processi sommari, i roghi e la forca come attuazione di un volere “giustizialista” divino superiore, la parola di Dio come pretesto – anche qui – per la gogna, l’isterismo collettivo e la violenza cieca. Ciò che non si conforma alle rigide norme di un codice comportamentale ed esteriore imposto da uomini – non da Dio ma in nome di Dio – è automaticamente un nemico da combattere e abbattere. Le streghe, paradossalmente, diventano emblema di libertà dalle rigide convenzioni imposte dai puritani. Eppure, nel momento in cui gli equilibri si capovolgono, al potere precedente – e al suo carico di violenza – se ne sostituisce un altro, altrettanto violento e oppressore e in cerca di vendetta.

I tempi cambiano poco, se ripensiamo a quanto successo appena un mese fa.

I cacciatori di streghe si fanno chiamare Califfi. Al posto di Dio invocano Allah ma, oggi come allora, la sua parola viene scarnificata per asservirsi alle più banali logiche di potere degli uomini. L’afflato religioso, attraverso le loro bocche, perde il suo significato originario, la sua capacità di parlare all’interiorità dell’uomo, e si trasforma in un bieco strumento di morte e legittimazione di una superiorità presunta, millantata, acclamata.

Nel bailamme di considerazioni, riflessioni, congetture, analisi storiche, sociali, antropologiche post-attentato a Parigi, non posso non pensare che la religione, anima inconsapevole di questo scontro di civiltà, è nuovamente un alibi, il facile pretesto di pochi per giustificare ambizione, sopraffazione, affermazione di una volontà di potenza. E per scongiurare ogni possibilità di equilibrata integrazione e convivenza tra i popoli da cui non trarrebbero alcun beneficio. Più facile seminare e coltivare odio sfruttando coloro che, schiacciati dalla frustrazione di una condizione alienante nelle periferie delle città non solo d’Occidente, cercano nel messaggio religioso – spesso ignorato nei suoi più profondi significati – una possibile via per la propria rivalsa sociale, anche a costo della violenza. Una violenza, “legittimata” e purificata dalla parola religiosa, abilmente sfruttata da gerarchie e “capipopolo” che sulla sofferenza, la disperazione e, spesso, sull’ignoranza, basano la loro velleità rivoluzionaria per conquistare gli scettri di un nuovo potere.

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Silvia Caruso
Silvia Caruso

Giornalista pubblicista
Creatrice e blogger di Fatti di Fantasy e Serie tv

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