Fatti di Fantasy e Serie TV

Leggere e scrivere sono due attività assolutamente gemelle. Per questo molti aspiranti scrittori falliscono quando partono da una separazione schizofrenica fra due occupazioni che si ostinano a considerare indipendenti, una attiva (la lettura) e una passiva (la scrittura).

Dacia Maraini, Amata scrittura

Non tutto il fantasy viene per nuocere

Non tutto il fantasy viene per nuocere - fattidifantasyeserietv

Una casa editrice torinese mette in guardia gli aspiranti Tolkien: non si accettano manoscritti di genere fantasy.
E il popolo dei lettori (e autori) fantasy d’Italia si divide.

Amo profondamente il genere fantasy, cui sono legata fin dall’infanzia.

In alcuni momenti particolari della vita, mi ha aiutata a non perdere la bussola, ha rappresentato un appiglio. Sono stata derisa, guardata con sufficienza per questa passione che mi porto dietro anche da adulta.
Ho visto meravigliose produzioni cinematografiche ridare lustro a questo genere che dire bistrattato, in Italia, sarebbe riduttivo. Ignorato, piuttosto. E dopo un momento di apparente fioritura, ho mio malgrado assistito a un progressivo impoverimento di contenuti, ispirazione, scrittura. Dove è finito il fermento, se tale è stato, che mi era sembrato di cogliere qualche anno fa?

La miccia l’ha innescata una casa editrice torinese che, nelle linee guida per l’invio dei manoscritti, ha precisato di non essere disponibile a ricevere opere di genere fantasy, aggiungendo, che il fantasy – faccio una parafrasi per un forse anacronistico pudore lessicale – ha ormai rotto i cosiddetti cabbasisi di camilleriana memoria. Il “dagli all’editore” che si è scatenato dopo questa controversa affermazione ha portato lo stesso a rimodulare la frase (non so se pubblicata sulla pagina Facebook o sul sito o su entrambi) espungendo i termini incriminati.

Ma la sostanza sempre quella è.

Vengo e mi spiego.

Non mi sorprende più di tanto che una casa editrice precisi i generi letterari per i quali vuole ricevere manoscritti (la poesia è una delle Cenerentole dell’editoria italiana), visto che gli aspiranti autori/le aspiranti autrici, nella foga di diventare i prossimi Fabio Volo o le prossime E. L. James, non sottraggono nemmeno un momento della loro preziosa attività dattilografica alla studio e all’analisi dei cataloghi degli editori per scegliere, per affinità, quelli a cui inviare la propria opera letteraria. E non me ne vogliano, se dico questo: la pratica dell’invio in massa a tutte le case editrici del pianeta è deprecabile ma consolidata, almeno per i più.

Non mi stupisco nemmeno per la frase in questione, sebbene siano un epic fail i termini con cui l’informazione è stata veicolata. Non conosco la casa editrice in questione – mea culpa – ma in generale da un operatore di questo settore non mi aspetto una caduta di stile così clamorosa. Bastava semplicemente motivare l’esclusione del genere fantasy per oggettiva difficoltà nel “decodificarne” i codici rischiando, quindi, di offrire ai lettori un livello qualitativo non accettabile. Sì, a buon intenditor sarebbero evidentemente bastate poche, semplici parole ma si è voluto andare oltre esprimendo, tra le righe, un giudizio di merito.

Il paradosso è che, in quell'affermazione, c'è qualcosa di vero.

Faccio parte di quella schiera – e non siamo pochi – di lettori che non si accontentano della banalità.
Che in un fantasy cercano complessità, profondità, credibilità (realismo nella fantasia non è un ossimoro).
Che da un fantasy pretendono molto, tanto, più di quanto si pretenderebbe da un libro di qualsiasi altro genere.
Che non sono disposti a rinunciare alle regole base della scrittura – sì, perché la scrittura è tecnica e la tecnica non va in ferie solo perché ci si cimenta in una storia di fantasia – e ai quelli che sono i pilastri di una storia: l’ambientazione, la trama, i personaggi, i dialoghi.
Che amano, in un fantasy, l’attenzione ai dettagli, i tratti decisi, la personalità percepibile della storia, frutto delle mille suggestioni di cui l’autore, sapientemente, si fa permeare facendosene tramite e reinterpretandole per il lettore.
Un discorso trasversale ai generi, si potrebbe dire. Ma per me vale ancor di più per il fantasy. E per quanto mi riguarda, se risponde alle caratteristiche sopra elencate, questo fantasy non ha rotto. Anzi.

Il fantasy che ha veramente “rotto” è, innanzitutto, quello propinato a valanga dalle case editrici. Tutto uguale: una volta scoperto e sperimentato il filone “young adult”, “paranormal”, “urban fantasy” (poco “urban” e ancor meno “fantasy”), indirizzato a un target sicuro ed evidentemente di relative pretese, non si molla più. E addio alle potenzialità inespresse, tutte da scoprire, dei vari Staveley, Beaulieu, Abraham, apprezzati in patria, che meriterebbero un posticino tra l’addominale scolpito del Nephilim dell’ultima saga paranormal e la ventisettesima ristampa delle Cronache del ghiaccio e del fuoco.

Non tutto quel ch’è oro brilla, è vero.
Ma è altrettanto vero che da noi la scelta si è assottigliata (ne ho parlato a proposito di Trudi Canavan), il piatto della bilancia pende sempre dall’altra parte e noi lettori più schizzinosi bramiamo da lontano autori che nessuno, forse, tradurrà mai in italiano (basti pensare alle vicissitudini degli ultimi due volumi della saga di Malazan e al “miracolo” dell’Armenia cui saremo tutti eternamente grati per aver portato a termine la grande impresa di completare l’opera di Erikson).
Obiezione: i gusti sono gusti e vanno rispettati. Ma chi non ama quel tipo di pubblicazioni ha una sola possibilità: leggere, se può, in inglese. Io l’ho fatto con le gesta di Croaker e della Black Company di Glen Cook. E che dire di Ian Irvine (chi era costui?), mai pubblicato in Italia. Solo per citarne alcuni.

Hanno rotto, però, anche gli autori italiani che partoriscono romanzi fantasy come fossero liste della spesa e inondano le case editrici. Nella convinzione – più o meno inconscia, ma di certo errata – che scrivere fantasy non sia impegnativo, che sia più facile rispetto ad altri generi, che basti solo un po’ di fantasia e inventiva (metti un troll qui, un elfo lì, qualche runa magica tanto per gradire), che non presupponga studio relativamente matto e disperatissimo.

Mi dispiace dirlo: ho letto autori italiani che ho apprezzato – pochi – ma che purtroppo non riescono a emergere in questa lotta assatanata all’ultimo “paranormal” o simil tale; ne ho letti tanti altri che, al contrario, ho disprezzato per vari motivi, tra cui lo scarso rispetto dimostrato nel rapportarsi in maniera scialba e superficiale al genere, nell’approssimazione e nella pochezza delle loro storie.
Incapaci di fare autocritica ma responsabili, tanto quanto le case editrici e la loro smania da vampiro, di avere sminuito la ricchezza e la complessità del fantasy e indebolito le sue radici profonde.

Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su pocket
Condividi su google
Fattidifantasyeserietv
Fattidifantasyeserietv

A cura di Silvia Caruso
Giornalista pubblicista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Leggi anche:

Il Priorato dell’albero delle arance

Il libro è Il priorato dell’albero delle arance. L’autrice è Samantha Shannon. Giunge in Italia alla fine del 2019. Romanzo fantasy in un corposo volume, edizione ben curata, aspettative alte, lettura controversa.

© fattidifantasyeserietv 2018
Realizzazione sito web – Content Marketing Lab