Fatti di Fantasy e Serie TV

Nell'oscurità dei sogni, un'anima può morire. Le paure con le quali ci confrontiamo nelle ombre sono come riflessi di uno specchio. è normale colpire un riflesso che ci attacca, ma poi il vetro taglia; l'anima sanguina. Il compito del Raccoglitore è salvare quell'anima a tutti i costi.

N. K. Jemisin

La luna che uccide, di Nora K. Jemisin

La luna che uccide nk jemisin - fattidifantasyeserietv

Da qualche tempo a questa parte sono alla ricerca di un - anche più di uno - buon fantasy: non chiedetemi perché né cosa io intenda esattamente con questa espressione alquanto banale, ma la maggior parte dei libri fantasy che ho letto recentemente, dopo i vari capisaldi del genere, mi ha lasciata del tutto indifferente.

Come se dopo Tolkien, Hobb, Jordan, Martin, Eddings, Erikson, Stroud, Zimmer Bradley – per citarne solo alcuni – esistesse solo una triste desolazione di nomi e una deprimente elencazione di titoli che fanno ben sperare e poi inevitabilmente ti deludono.

In questo mio accidentato percorso di ricerca, sono passata quasi indenne dalla trilogia L’ombra del corvo di Anthony Ryan, sono uscita un po’ ammaccata dalla Trilogia dei Fulmini di Mark Lawrence, ho ceduto le armi e abbandonato con disonore la battaglia dopo il primo volume della saga La fede e l’inganno di John Gwynne (ho letto solo il primo e lasciato al loro destino i successivi), sono stata definitivamente sconfitta con il primo libro della trilogia La Compagnia della Spada di Luke Skull (primo volume interrotto dopo poche pagine).

Ad eccezione del primo volume di Ryan, che ho pure apprezzato, degli altri ricordo solo noia, indifferenza, insofferenza, distacco.
Nemmeno un dettaglio della trama.
Neanche uno dei personaggi.
Assolutamente nulla delle ambientazioni.

Quando comincio a saltare interi paragrafi e pagine per velocizzare la lettura, è un brutto segno. Ed è allora che non posso fare a meno di chiedermi quale direzione stia prendendo il fantasy in generale. Forse sono io che non mi accontento facilmente oppure sono stata troppo frettolosa e speranzosa nel cogliere un apparente fervore.

Prima di tentare con James Barclay e Le Cronache del Corvo, però, mi sono fermata.

C’era lei, Nora K. Jemisin, e i suoi romanzi: come mai non avevo ancora letto nulla?

Un’autrice pluri nominata, acclamata, decorata, premiata ai Nebula Awards e non solo, al punto che perfino la reticente – in tema fantasy che non sia Martin – casa editrice Mondadori ha finalmente preso in carico la pubblicazione di una delle sue saghe, The Broken Earth Trilogy.
Ed eccolo lì, uno dei due volumi finora pubblicati in Italia: La luna che uccide, primo capitolo della serie Dreamblood. Gargoyle, anni fa, ha pubblicato, invece, solo il primo volume della Inheritance Trilogy, I Centomila Regni.

Non so cosa mi aspettassi, quando ho iniziato la lettura.

Probabilmente nulla, dati i precedenti e la crescente nostalgia nei confronti di Jordan, Sanderson, la voglia di riprendere in mano Erikson e perfino Goodkind (che è tutto dire), la fretta di colmare dei vuoti, come Gemmell ed Eddings.
Eppure, la prima cosa che mi ha colpita è stato il garbo di quest’autrice, lo stile asciutto e fluido con cui mi ha discretamente trascinata in questo suo mondo dai tratti orientaleggianti, mentre tutt’intorno dipingeva un’ambientazione essenziale, senza per questo risultare superficiale o troppo vaga. Senza scadere in inutile pedanteria, è riuscita a dare un’impronta chiara e definita a luoghi e persone, cultura e religione, abitudini e tradizioni necessari, anche nel fantasy, a tratteggiare lo spazio d’azione in cui calare il vissuto dei personaggi e dare consistenza alla trama.

Credo che il principale difetto delle nuove generazioni di autori fantasy, alcuni dei quali emersi dopo essersi autopubblicati, sia proprio l’incapacità di dare tridimensionalità alle storie che raccontano, di dare quello spessore necessario per rendere vive le trame che intessono, precondizione necessaria per riuscire a coinvolgere fino in fondo il lettore, catapultandolo letteralmente nel vivo del racconto. Difficile, ma non impossibile.

A proposito di questo, in un’intervista di qualche anno fa la Jemisin spiegava:

I lettori apprezzano il fatto che ciò che sto scrivendo non sia un fantasy tradizionale […] Sento molte persone dire, ‘ho smesso di leggere fantasy perché era più o meno sempre la stessa storia, la stessa ambientazione, sempre le stesse vicende’. Eppure le persone che sono ormai stufe del fantasy, sembrano ricredersi con la mia scrittura. E naturalmente ci sono anche persone che non hanno mai lasciato il fantasy e io mi sento rincuorata se, in parte ho dato una mano al genere.

Le storie di Ehiru, Nijiri e Sunandi si svolgono a cavallo di due città – Gujaareh, detta anche la città dei sogni, e Kisua – vicine e lontane allo stesso tempo, in pace e in guerra al contempo, uguali e diverse allo stesso tempo, le cui radici comuni non impediscono all’una di sopraffare l’altra.

Il sistema magico si allontana dai cliché del genere e si focalizza sugli elementi che danno il nome alla serie: sangue e sogni. Prende il nome di “narcomanzia” ed è la capacità di controllare il sonno e di usare gli “umori onirici”, maneggiare cioè i quattro elementi derivanti dall’energia che si sprigiona nei sogni con il supremo fine di guarire, lenire sofferenze, donare pace e serenità: sangue onirico, plasma onirico, bile onirica e seme onirico, utilizzati anche per curare e guarire.
A detenere questo potere così particolare, che crea loro quasi una dipendenza come fosse una droga, sono gli appartenenti a una sorta di ordine sacerdotale, i Raccoglitori, adoratori di Hananja, dea dei sogni, della morte e della vita dopo la morte.

In particolare, quando un uomo o una donna giungono alla fine della loro vita oppure sono costretti dal dolore e devastanti sofferenze a quella che potremmo definire una “non vita”, i Raccoglitori espletano la loro funzione accompagnandoli, come in un bellissimo sogno, alla morte. Nel momento estremo del trapasso, in particolare, raccolgono quel sangue onirico che custodiscono essenzialmente per alleviare, ai vivi, le “ferite del cuore” e ripristinare la pace interiore perduta.

Dove c’è potere – più o meno magico che sia – c’è sempre qualcuno che cerca di controllarlo, convinto di averne in qualche modo diritto. Ma al di là degli intrighi intessuti intorno alla narcomanzia, della corrotta relazione tra politica e religione, della progressiva presa di coscienza da parte dei protagonisti che nulla è mai puro come sembra, che l’ingenuità o la superbia ci rendono ciechi di fronte alla verità, che è più facile cullarsi nella convinzione della bontà delle nostre azioni senza mai interrogarci su di esse, La luna che uccide pone un interrogativo etico sulla vita e sulla morte di grandissima attualità e che, nella mia personale interpretazione, vale tutto il romanzo: anche se gravata da dolore e sofferenze fisiche che devastano il corpo, che ne minano perfino le funzioni essenziali, la vita merita di essere vissuta fino alla fine? I Raccoglitori sembrano non aver dubbi in proposito, anche se un rigido protocollo impone loro di confrontarsi approfonditamente con i familiari richiedenti i loro servizi e anche con l’ammalato. Ma le certezze crollano facilmente, soprattutto dopo l’episodio che fa vacillare Ehiru nelle prime pagine del romanzo e che dà avvio a tutta la vicenda.

Ed ecco che, pagina dopo pagina, bene e male perdono immediatamente i confini manichei iniziali; il dogma comincia a rivelarsi per ciò che è, pur in presenza di una salda e sincera fede; ciò che per qualcuno è un atto di pietà, per altri è mero omicidio – eutanasia o suicidio assistito – e tutto il sistema fondato su convinzioni incrollabili comincia lentamente a sgretolarsi.

Il romanzo è il primo di una serie di cui esiste già un secondo volume in inglese, mai tradotto in Italia. Potrebbe considerarsi autoconclusivo, ma la sensazione finale è che ci sia qualcosa in sospeso, come appena accennato o poco sfaccettato.

E non solo perché si tratta di una serie composta da un ancora imprecisato di volumi (nei quali verosimilmente verranno affrontati aspetti diversi), ma rimango della convinzione che il tema della vita e della morte sia stato affrontato con la paura, forse, da parte dell’autrice di cimentarsi con una questione che è più grande di tutti noi, spostando di più l’attenzione sui temi più cari a lei della diversità, degli assetti sociali e della difficile convivenza tra due città, affini ma contrapposte e dilaniate da profonde lacerazioni.

Una lettura che, in conclusione, ti riconcilia con il genere fantasy.

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A cura di Silvia Caruso
Giornalista pubblicista

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