Fatti di Fantasy e Serie TV

Camille: però non stressarmi.
Frank: la vita è stress. Cresci.

Sharp Objects

Sharp Objects

Sharp Objects - fattidifantasyeserietv

Quando ho iniziato Sharp Objects ero scettica e, allo stesso tempo, affascinata. Dubbiosa e, allo stesso tempo, incuriosita.
Prevenuta e, allo stesso tempo, attratta.

In fondo, cosa c’era di nuovo nella storia di un’ordinaria cittadina di provincia – Wind Gap – spoglia, anonima, apparentemente tranquilla che, a un certo punto, viene sconvolta dal duplice omicidio di due ragazzine?
Cosa c’era di originale nell’assistere al lento sgretolarsi delle incrollabili certezze morali degli abitanti, incastrati tra stanche rievocazioni storiche, pettegolezzi, odi reciproci e segreti?
Cosa c’era di diverso nel vedere le loro paure venire lentamente a galla, convinti fin da subito che il male fosse giunto da fuori a sconvolgere la loro pacifica vita quotidiana?
Cosa c’era di particolare nella giovane donna che ritorna nei luoghi in cui è cresciuta e si ritrova ad affrontare il suo passato, rinnovando sofferenze e dolore mai sepolti?

La serie Sharp Objects (HBO) è l’adattamento televisivo dell’omonimo libro (edito in Italia nel 2008 con il titolo Sulla pelle e poi nel 2018 per Rizzoli) di Gillian Flynn, già autrice di Gone Girl.

Eppure, nel lento dipanarsi della trama, Sharp Objects si è rivelata l’opposto di ciò che inizialmente appariva. È vero, gli ingredienti del thriller più classico c’erano tutti: l’omicidio, il timore di un efferato serial killer, la ricerca, le vittime sparite in circostanze misteriose e abbandonate come trofei, la provincia americana opaca e soffocante, la diffidenza verso i forestieri che immediatamente divengono degli intrusi giunti a turbare, quasi violare un’intimità custodita come un tesoro, a disgregare una comunità compatta.

L’arrivo quasi parallelo del giovane detective, che non si accontenta della verità di comodo, e di Camille Preaker, la reporter originaria proprio di Wind Gap e incaricata di raccontare l’accaduto per il suo giornale, turba immediatamente gli equilibri consolidati e rassicuranti: quelli interiori dei singoli protagonisti e quelli dell’intera cittadinanza che trova nei due “stranieri” i capri espiatori, bersagli contro cui scagliare tutta la frustrazione.

In questi ritmi di vita sempre uguali a se stessi, assurge quasi alla sacralità la routine ordinaria dello sceriffo di Wind Gap, in cui la sveglia suona sempre alla stessa ora, la moglie si alza per prima, prepara la colazione e sveglia il marito con un buffetto. Come un rituale propiziatorio, lui esce dal letto, indossa uniforme e distintivo, scende le scale, consuma il suo pasto, saluta con un bacio la moglie – mentre lei rinnova il suo “stai attento” – e via, verso una nuova giornata di lotta al crimine.
Ogni giorno.
Fino a quando qualcosa accade.

Tutti vorrebbero andare via da Wind Gap, ma nessuno lo fa. Tutti restano.
Tutti disprezzano la vita a Wind Gap, ma l’accettano.
E rimangono.
Tranne Camille.

In questa apparente normalità, Camille torna a casa, recalcitrante, per via del suo lavoro. Ripercorre a ritroso le tappe di un cammino che pensava di essersi lasciata alle spalle. Un cammino disseminato di bottiglie di vodka, di bicchieri di whisky consumati nelle bettole di paese, del rock dei Led Zeppelin a fare da colonna sonora, di cicatrici ormai impresse sulla pelle, come se il corpo umano fosse la pagina di un diario nascosto su cui raccontare la propria storia.

C’è qualcosa di sexy nei brani che abbiamo scelto, nella lentezza di What Is and What Should Never Be e I Can’t Quit You Baby. E quando esplodono fanno molto rumore; questa è la natura del rock and roll, è rumoroso e si ribella.

La musica – nelle intenzioni del regista Jean-Marc Vallée che ha scelto di inserire ben quattro brani dei Led Zeppelin nella serie – sottolinea, accompagna, a volte esplicita gli stati d’animo di Camille, che riesce quasi a buttare fuori ciò che costantemente cerca di trattenere dentro di sé.

C’è qualcosa di magnetico che ti spinge a seguire Camille in questa spirale di volti, frasi sussurrate, lacrime, gelosie, turbamenti, memorie. Saranno quei suoi colori così tenui – la carnagione lattea, i capelli rossi – che la fanno apparire quasi eterea, incorporea, sfuggente; sarà l’azzurro profondo di quegli occhi che sembrano sempre guardare altrove, lontano, andare oltre l’apparenza, oltre i sorrisi di circostanza, i “bentornata” a denti stretti, gli abbracci forzati.
Nel paese in cui tutti vogliono andare via e tutti restano, Camille è colpevole: perché lei se n’è andata, ha tradito, ha preferito fuggire e lasciarsi tutto e tutti indietro. Per poi tornare, all’improvviso, a gettare fango sui suoi concittadini con gli articoli per il suo giornale.

Piani temporali si sovrappongono gli uni sugli altri, in un costante rimando dal presente al passato e dal passato al presente senza soluzione di continuità: nei luoghi del presente rivivono i ricordi del passato, il volto della Camille adolescente si mescola ad altri volti, quello della sorella morta a quello di Amma, la sorella più piccola. Su tutti e su tutto, si staglia l’altera figura della madre, Adora.

Scopriamo frammenti della vita di Camille, dettagli dei suoi rapporti familiari, la osserviamo avanzare nel presente mentre prende forma quell’oscurità nutrita di tristezza, rancore, senso di colpa che le divorerà l’anima a poco a poco. E mentre scava con determinazione nelle vite delle persone che la circondano, tornano a galla i segni del suo vissuto, in fondo sempre trascorso alla ricerca della verità, la sua verità, la verità di Wind Gap.

Impossibile mantenere il ruolo di giornalista imperturbata e imperturbabile, il punto di vista obiettivo della reporter, quando sei parte della storia di cui stai scrivendo. Mentre si barcamena tra antipatie, diffidenze, reticenze, in un’infinita discesa agli Inferi, Camille sprofonda in un abisso sempre più nero, perché la storia delle due ragazzine morte è sempre di più la sua storia. La verità, alla fine, è un insieme di verità, una rivelazione più complessa di quello che sembra e ancora più terribile di ciò che appare anche quando tutto sembra ormai chiarito e risolto. Ti lascia addosso un angoscioso malessere, segni che non sono solo fisici, ma veri e propri morsi dell’anima per cui non esiste sollievo, cura e guarigione.
E non c’è redenzione.

Sebbene si sia vociferato di una possibile seconda stagione – addirittura di uno spin off – l’HBO ha già fatto sapere che:

Sharp Objects è una serie molto cupa così come lo sono i personaggi. […] Amy Adams non vuole più confrontarsi con il suo e non la si può biasimare per questo. Quindi nessun piano per una seconda stagione. Siamo già molto soddisfatti di questa miniserie.

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A cura di Silvia Caruso
Giornalista pubblicista

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