Tu stai preparando il mondo per me.

Negan

Serie tv: The Walking Dead
e il destino di Rick

Nonostante il calo di ascolti, la serie tv The Walking Dead continua a navigare nel suo mare infestato di zombie da ben nove stagioni.

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“Perché, lo guardi ancora?”
Ebbene sì: faccio parte di quella schiera di (sadici) appassionati che, quando ricomincia la Serie TV The Walking Dead, prova ancora una sana ansia; che, nonostante tutto, continua agguerrita e imperterrita a seguire ogni puntata.

Quindi anche la fatidica nona stagione.

Tralasciando il destino di Rick – di cui tanto si è parlato e dibattuto dopo l’intervento di Andrew Lincoln al San Diego Comicon – che si compirà con buona pace dei fan tra il quarto episodio appena andata in onda e il prossimo, le prime quattro puntate ci hanno mostrato, fin dalla sigla iniziale che è stata rivoluzionata quasi a voler sancire il nuovo corso di Angela Kang, ciò che avevamo già intuito: i tentativi, più o meno maldestri, di ricominciare, di mettere la prima pietra di quel mondo migliore tanto sognato desiderato auspicato da Carl. E anche un Daryl insolitamente loquace.

Tutto questo zombie permettendo.
O forse no.
Perché come qualcuno ha giustamente detto, i veri mostri non sono (solo) i vaganti, i non morti, ma l’essere umano che, per natura, è portato alla violenza, alla sopraffazione, al conflitto.
Eppure tutto sembra scorrere secondo i piani di Rick.
Certo, ogni qualvolta il leader ne concepisce uno, qualcuno muore, qualcuno mugugna, qualcun altro medita vendetta, altri ancora pianificano l’ammutinamento.
In un ciclo perpetuo del quale l’unico a essere veramente consapevole è lui.
L’oscuro.
Il sardonico.
Il molleggiato.
Lui, Negan.
Anche quando fisicamente non si vede, è presente.
Anche quando è ridotto a una sagoma indistinta, avvolta nel buio di una misera cella, rinchiuso come un animale da circo, senza la prospettiva di rientrare in scena da protagonista, lui c’è.
Anche quando tutto intorno fervono preparativi e cambiamenti, si modificano equilibri, alleanze, accordi; sorgono conflitti e si cancellano i vecchi rapporti di forza, le sue parole colpiscono con la stessa violenza e precisione dell’adorata Lucille.

I Salvatori, un tempo spauracchio delle piccole, pacifiche, sottomesse comunità, adesso appaiono piegati, ma anche ripiegati in una pericolosa nostalgia del passato che ha un solo nome, sempre lo stesso: Negan.
Il venerato Negan, il temuto Negan, il grande artefice del proprio destino e di quello degli altri, assiste adesso da un angolo. Elemosina il racconto dell’esterno da Rick e Michonne. 

Su quattro puntate, al momento, lo abbiamo intravisto poco.

La nona stagione della serie tv The Walking Dead prende avvio dal simbolo della ricostruzione: un ponte.

Come spiega giustamente il saggio re Ezekiel, i ponti accorciano le distanze, avvicinano le persone, permettono di costruire rapporti commerciali e una parvenza del nuovo mondo che tenta di ripartire dalle macerie, dal poco che è rimasto, recuperando il passato (sementi antiche, aratri, i cavalli per trainare carretti). Sullo sfondo di questo Medioevo post apocalittico a tinte steampunk, i vaganti che ancora infestano i boschi, le case abbandonate, le strade sono ormai ridotti a incolori comparse, anonime figure ai margini della scena. Sembra quasi che nostra signora Angela ne inserisca qualcuno ogni tanto come promemoria di quello che fu, per non dimenticare che dai morti tornati in vita senz’anima tutto è cominciato.

Per poi andare avanti.

Amore e perdono sono i pilastri su cui sembra fondarsi tutta la stagione. Nascono, fioriscono e prosperano nuovi amori – alcuni improponibili, a buon intenditor poche parole – dopo i lunghi mesi della “guerra totale”. Si ricomincia a pensare al futuro e ai figli – non senza una certa retorica – perché i bambini sono il simbolo per eccellenza della vita che si rinnova, della rinascita, semi di nuove comunità che vogliono crescere, espandersi e forse, un giorno, ritrovare l’equilibrio sconvolto dal virus.

Non tutti, però, credono in questa visione di Rick. Odio e vendetta – eterne nemesi di amore e perdono – incombono come un’ombra sopra le comunità che si stanno, a fatica, riorganizzando tra vecchi dissapori e rancori mai sopiti. Pesa come un macigno, la scelta di Rick di mantenere Negan in vita, palesemente contrastata da Maggie che a questa ha contrapposto la sua scelta: impiccagione vecchio stile dell’inutile Gregory.

Sono sincera: non riesco a decifrare le mie sensazioni rispetto a questo nuovo capitolo della serie tv The Walking Dead, che ho amato e ho continuato ad amare per anni, dalla prima puntata, nonostante tutto. The Walking Dead mi aveva abituata ai colori cupi, a un cielo perennemente grigio nonostante il sole cocente, ai vestiti sporchi, infangati e insanguinati, ai capelli sudati. Mi aveva assuefatta alla decadenza, alla desolazione delle città, alle macerie, alle lamiere contorte, alle automobili abbandonate sul ciglio delle strade, al marciume e alla decomposizione dappertutto, al chiuso della prigione, alle stanze vuote delle case abbandonate, alle strade insicure dove dopo ogni curva si annidava un pericolo.

Questa patina non c’è più. E mi hanno spiazzato le nuove atmosfere in cui domina la luce di un sole che non brucia più, ma illumina e riscalda ed è linfa vitale per i nuovi raccolti degli orti coltivati. Spiccano i colori dei pomodori appena colti, il verdeggiare della natura selvaggia che, dopo essersi ripresa il posto sottrattole dalla precedente civiltà, appare splendida e rigogliosa, fonte di vita e non più solo pericoloso rifugio dei morti. Non ero abituata a questi nuovi colori che sembrano dare consistenza alla speranza della rinascita, del futuro, al nuovo mondo che Rick sta faticosamente costruendo.
Eppure, mi appare tutto finto, artificioso, artefatto, illusorio. Come fosse una favola di cui però sappiamo che non ci sarà lieto fine. Perché questa speranza si fonda su basi troppo deboli.
Riecheggiano le parole di Negan:”tu stai preparando il mondo per me”.

Negan: ha ancora qualcosa da dire - e fare - uno dei villain più riusciti non solo della serie tv The Walking Dead, ma di tutta la serialità americana (tralasciando il fumetto)?

Lo abbiamo già detto: dal momento in cui ha fatto la sua attesa comparsa nella serie, Negan è stato probabilmente uno dei pochi villain a cui non serve essere presente per far parlare di sé. Come la calunnia di rossiniana memoria era un venticello, così il nome di Negan aleggia ovunque e sempre. Minaccioso sussurro o eco portata dal vento, è negli sguardi dei Salvatori ormai cooptati nel nuovo corso, sulle pareti fa capolino il suo nome che qualcuno ha scritto con la vernice.

Se in passato il suo arrivo era preannunciato o accompagnato da un rombo di motori e un caricare di fucili, se la sua presenza era scandita dall’ossessivo mantra “io sono Negan”, le prime tre puntate della nona stagione ce lo presentano apparentemente inerme. Non riusciamo a vederlo in viso, seminascosto com’è nell’ombra, eppure percepiamo il suo sguardo attento e pungente, il suo sorriso provocatorio.
Ne abbiamo trascorse di estati a parlare di lui e della sua terribile mazza ferrata; abbiamo rimuginato infinite volte sulle sue probabili (e prossime) vittime. Anche adesso, guardandolo nel buio di quella cella, una sagoma indistinta, privato della sua Lucille come Sansone dei suoi capelli, ne percepiamo il ghigno sornione.

Negan non è sconfitto e, forse, nessuno di noi vuole che lo sia.

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A cura di Silvia Caruso
Giornalista pubblicista

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