Nevernight: mai avere paura, mai tirarsi indietro, mai dimenticare

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Nevernight, lo ami, lo odi e, intanto, lo leggi.

Denti della Mannaia!

Ecco. Non vedevo l’ora di scriverlo.
Imprecando, come una buona itreyana, nel nome di Nostra Signora dell’omicidio benedetto.
Perché sì, nella trilogia Nevernight di Jay Kristoff – pubblicata da Mondadori con una bella edizione – di assassini prezzolati, vendette, congiure, gomblotti e omicidi si parla, con assortito corollario di divinità in lotta fra di loro.

Sopravvalutato, parte I.

Devo ammetterlo: Mia Corvere è un personaggio dal fascino controverso e, Messer Cortese, il suo demone dell’ombra, è un degno compare dall’ironia pretenziosa, a tratti simpatica, poche volte tagliente, ogni tanto forzata.
Tutto nella norma per un filone dark della letteratura fantasy che attinge a un immaginario già esplorato con alterni successi: assassini, cupi e oscuri, maledetti e letali, con motivazioni alle spalle che spaziano da traumi familiari a vendette da compiere, al riscatto personale, agiscono sullo sfondo di un mondo avvolto nella luce perenne, illuminato da ben tre soli che non tramontano mai, se non una volta ogni due anni e mezzo (o giù di lì), quando finalmente giunge il verobuio. All’interno di questa cornice, Kristoff costruisce una realtà ispirata alla nostra Roma repubblicana, di cui scimmiotta, a suo piacimento e per le occorrenze della storia, istituzioni, costumi e usanze infarcite da un pervicace latinorum.

Un racconto di formazione che, dalla vendetta, conduce a nient’altro che alla vendetta.
La memoria e il dolore della perdita, il rancore sempre vivo e ardente lastricano un cammino che passa per l’assolato deserto della Frusciaride, incarnazione dei peggiori incubi divenuti realtà, per il duro addestramento di Mia in seno al culto della Mannaia, verso il compimento di un destino vergato nel sangue.

Non c’è redenzione. O, meglio, non c’è nemmeno la volontà della redenzione.
C’è solo l’odio che deve trovare la via – l’unica possibile – per fuoriuscire, emergere, sfociare da qualche parte.

L’uscita di Nevernight – i tre volumi sono stati pubblicati contemporaneamente a fine 2019 – è stata preceduta e accompagnata da un battage promozionale a colpi di Influencer su Instagram. In quei giorni i book lover a rapporto e a raccolta sul Social si sono scatenati con post e stories che osannavano autore, libri, protagonisti, storia, casa editrice: un moltiplicarsi di attese, fiumi di parole e fotografie di copertine per preparare l’uscita di questa saga. Una (apparente) rivoluzione per il fantasy, da sempre – almeno nell’era ante Trono di Spade – sottovalutato e poco trattato sui canali di comunicazione ufficiali.

Mi sono stupita di questa attenzione quasi morbosa.
Di questa esaltazione da parte dei fortunati lettori che avevano ricevuto le copie dei libri in anteprima e avevano potuto leggerle e recensirle.
Mi è venuta una prorompente curiosità di comprarli e leggerli SUBITO, di interrompere quello che stavo leggendo, complici anche le belle edizioni cartacee, e non stavo più nella pelle attendendo la data di uscita. E poi la mia parte senziente razionale logica mi ha tirato le orecchie, mi ha presa a schiaffi, mi si è parata davanti impugnando un coltello in necrosso e mi ha detto: “sei seria?”.
Sarà che non ci sono abituata, ma tutto questo parlare di fantasy, anche se inizialmente mi ha rallegrata come fosse una sorta di giusta compensazione per il suo passato travagliato, mi ha poi spinta a interrogarmi: sarà vero, autentico, reale oppure è solo un’operazione commerciale che cavalca l’onda del post Martin in tv?
Non me ne voglia l’editore e gli Influencer, ma ho cominciato a diffidare di cotante lodi sperticate e mi sono presa il mio tempo per decidere se e quando leggere la saga di Nevernight. 
Anche se l’unico modo per avere un giudizio oggettivo e scevro dall’influenza degli influencer era leggere i libri. E così ho fatto, ricorrendo al mio fedele Kindle.

L’ho trovata una lettura piacevole, con una storia ben strutturata, a tratti avvincente e coinvolgente, persino ben scritta, sebbene il tema della vendetta con corredo di assassini prezzolati non sia nuova. Ma, si sa, nella vita come nella letteratura in molti casi nulla si inventa. Tutto sta nella capacità di ispirarsi, recuperare o reinventare qualcosa dando personalità, colore e carattere.
Devo dire che Jay Kristoff ci riesce, in parte. Ma rimane pur sempre una lettura nella norma, decisamente sopravvalutata.
Negli ultimi due anni ho faticato a trovare libri fantasy capaci di immergermi profondamente nella storia, legarmi a doppio filo ai personaggi, farmi appassionare alle loro vicende, con ambientazioni talmente vivide da sembrarmi quasi reali e illudermi di essere lì, in un angolo della storia.

Sono diventata più esigente non solo per quanto riguarda lo stile, ma anche rispetto al messaggio: la letteratura può e deve lasciarci uno spunto di riflessione, un’idea, un punto di partenza per un ragionamento. Deve esserci qualcosa in più del mero intrattenimento, spesso unicamente associato al fantasy. 

Può farci sognare. Liberare la nostra fantasia. Farci allontanare dal grigiume quotidiano. Ma deve pur dirmi qualcosa, lasciarmi qualcosa. Altrimenti rimane una sensazione di sospeso.

La storia di Mia, con i suoi alti e bassi, mi ha coinvolta. In alcuni punti più che in altri, mi ha dato qualcosa. Nel suo “mai tirarsi indietro. Mai avere paura. E mai, mai dimenticare” si condensa un pensiero, una riflessione sul dolore che si rimescola dentro, che ti scuote e non ti abbandona, ma che a volte diventa uno sprone per intraprendere un cammino, per perseguire un’idea e arrivare a un risultato, un traguardo, una riaffermazione di noi.
Sul non cedere alle nostre paure, che vanno affrontate, sebbene nella storia di Mia, il suo proverbiale coraggio sia “viziato” dalla sua condizione di tenebris e facilmente degeneri in eccesso poco credibile, in irrazionale imprudenza, in esasperante audacia e in assurda avventatezza.
Sul voler reagire alle sopraffazioni che a volte ci schiacciano, ma non ci abbattono. Che il fine non può giustificare i mezzi, ma forse qualche volta sì. Bene e Male sono entità complesse e, nella vicenda di Mia, si rimescolano tra di loro di continuo: nulla è mai profondamente giusto così come nulla è mai profondamente sbagliato.

In tutto questo, il nostro Jay è il classico narratore onnisciente. Sa le cose e non ne fa mistero al lettore. Lo prende in giro, lo rimprovera stizzito perché, un po’ come succede di questi tempi con le fake news, si è bevuto una versione edulcorata della storia senza metterne in dubbio la veridicità.
Fa il saccente, quasi lo compatisce mentre assolve lui all’ingrato compito di raccontare finalmente la verità, nuda e cruda.

Pungola il lettore per tutta la narrazione con una serie di note al testo che si amano o si odiano. Interrompono il flusso della storia, è vero, ma arricchiscono il racconto di dettagli curiosi, pruriginosi, brevi spaccati della società, della sua cultura, delle sue tradizioni, dei suoi aneddoti più particolari. Piccoli tasselli che si armonizzano con il contesto in divenire  gli danno sostanza, perché il narratore, oltre a conoscere bene la protagonista della storia, conosce molto bene quel mondo, ne è parte. 

Una conversazione immaginaria con il lettore, infarcita di sagace ironia.
Punto per Kristoff.

In resto non è noia, assolutamente. La storia procede nel primo e secondo volume con un buon ritmo, le pagine scorrono e si consumano gli eventi con una certa voracità. Passiamo in rassegna di tutto: lezioni di assassinio e addestramento, congiure politiche in stile Daes Dae ‘Mar (molto semplificato), giochi gladiatori a metà tra gli Hunger Games e Spartacus, comunità di agguerriti pirati.
Poi si addormenta nel terzo volume, dove perde attrattiva e mordente. Si ripete un po’ uguale a se stessa e ti fa avvicinare alla fine con l’impellente desiderio di chiudere il libro per non riaprirlo più.

Dopo Nevernight, arriva Il Priorato dell’albero delle arance, anche questo libro – uscito subito dopo la trilogia di Mia Corvere – è stato anticipato da un’accanita promozione che continua ancora adesso.
Sarà una lettura degna di tutto questo fervore e amore incondizionato?

Dalle mie parti si dice che la curiosità è un peccato, ma è un pensiero levato.

A breve, poi, inizierò ad alternare agli autori recenti il fantasy più classico, in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle radici di questo genere che tanto mi appassiona.

Perciò, come dicono quelli bravi, stay tuned!

Mai avere paura.
Mai tirarsi indietro.
E mai, mai dimenticare.

Mia Corvere
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Silvia Caruso
Silvia Caruso

Giornalista pubblicista
Creatrice e blogger di Fatti di Fantasy e Serie tv

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