Il priorato dell'albero delle arance: riflessioni sparse

Oops! I did it again…
Sì, la saga continua: eccoci a “sopravvalutato, parte II”.
Se volete la prima parte, la trovate qui, nell’articolo dedicato a Nevernight di Jay Kristoff.

Parliamo de Il Priorato dell’albero delle arance, lettura conclusa qualche tempo fa.

Lei, l’autrice, si chiama Samantha Shannon. Per me – chiedo venia per questo – un’emerita sconosciuta fino a quando la Mondadori, forte del suo esercito di book blogger, book influencer, fantasy lovers e chi più ne ha più ne metta, ha presentato Il priorato dell’albero delle arance.

Eravamo a fine anno. Insieme a Nevernight, il priorato è stata l’uscita che ha segnato la fine del 2019 per Mondadori. Copione identico, stesso clamore come fosse l’ultimo volume delle Cronache di Martin, recensioni incredibili, il libro dell’anno, il fantasy che sta rivoluzionando il genere, identica voglia di correre in libreria a comprarlo. Ma ormai mi auto limito, per cui l’ho acquistato in digitale, con l’intento di prendere anche il cartaceo nel caso la lettura avesse davvero meritato.

Per carità, la lettura è stata piacevole, senza infamia e senza lode. 

Inizialmente faticoso, per via dell’alternanza dei POV “geografici” all’interno dei quali si svolge l’azione di un personaggio che ne diventa, così, il simbolo. Essi si alternano in maniera equilibrata, ma non riescono a fornire al lettore un quadro chiaro e, soprattutto, a delineare il ruolo che ogni personaggio ha nello specifico contesto e come è collegato agli altri. La sensazione è di una narrazione spezzata, che salta da una parte all’altra senza riuscire ad amalgamare il tutto. È vero: la storia si può evolvere pian piano, svelarsi nel tempo, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, agli occhi del lettore.
Eppure qui la percezione di “appiccicaticcio” è sempre molto forte. Resta, non scompare.
L’ambientazione, la caratterizzazione sociale e i riferimenti politici risentono di questa confusione.
L’aspetto religioso, che è preponderante in tutto il libro, non è di immediata intuizione, con la sua “mitologia” e i suoi capisaldi che non emergono spontaneamente, ma solo grazie alla contrapposizione tra la “vera” fede e tutte le altre, considerate eresie.
Da questo punto di vista, qualcosa si comincia a delineare meglio nella parte centrale del libro.
Come se, a un certo punto, si riuscisse finalmente a prendere confidenza con questo mondo così suddiviso, frammentato, destrutturato, descritto per accenni abbozzati.
Ci si comincia ad abituare ai salti geografici e il cerchio si comincia a stringere intorno ai personaggi su cui focalizzare la propria attenzione.

Un po’ come un grande puzzle i cui pezzi sono difficili da mettere insieme.
Ci ragioni su e alla fine ci riesci pure. Ma il quadro finale non ti convince del tutto.

Il fulcro di tutta la storia sono i draghi. E i draghi sono forse il più grande topos della letteratura fantasy. Intorno ai draghi ruota tutto il sistema religioso del romanzo: draghi buoni, visti come divinità, riveriti e venerati, creature sacre; draghi malvagi, pronti a devastare il mondo, contro cui questo stesso mondo deve, per forza di cose, coalizzarsi. In tutto questo, (poco) spicca il fantomatico Priorato dell’albero delle arance, il cui compito è difendere il mondo creato da questa terribile minaccia. La fonte del potere è un albero speciale, i cui frutti – le arance – donano alle accolite la magia necessaria a compiere la missione.

Mondi che, fino a poco tempo prima, erano rigorosamente separati, si intrecciano tra di loro.
Più prospettive da cui guardare le cose che si incontrano, si mescolano, si scontrano, con esiti alquanto prevedibili (“e vissero felici e contenti”).
La diversità (personale, culturale, di opinione, di fede, di modi di vivere) come valore, affrontato, condensato ed esaurito nella relazione omosessuale tra due personaggi.
Il potenziale femminile che nella sostanza emerge poco, limitato solo dalla coralità tutta al femminile che caratterizza il romanzo.

Non tutto è oro quel che luccica.

Il finale è un precipizio, un ruzzolare su sentieri scoscesi per finire poi, con un bel tuffo inaspettato, nelle acque immobili di un placido lago. La Shannon abiura alla credibilità dell’azione per chiudere la vicenda così, su due piedi, senza se e senza ma, per arrivare al bel finale, ma senza quel minimo di verosimiglianza cui mai si dovrebbe rinunciare anche se stai scrivendo fantasy. Anzi.

La trama scorre, i personaggi anche, come le figurine di un album, la vicenda si trascina in più momenti con stanchezza.
Tutto passa. E si dimentica.

Come portato via in un battito d’ali di drago.

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Silvia Caruso
Silvia Caruso

Giornalista pubblicista
Creatrice e blogger di Fatti di Fantasy e Serie tv

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